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Le recensioni: ma perché?
È diventata un’arma di distruzione di massa, la recensione, non una Beretta. Chiunque può manipolarla, anzi, è il caso di dire: scriverla.
Negli anni passati le guide dei ristoranti si contavano sulle dita di una mano: alcune più autorevoli, altre meno. I loro editori erano, e sono tuttora, professionisti dedicati a questo settore; quindi, perlomeno, un minimo di competenza è evidente.
I referenti di queste guide esprimono giudizi oggettivi, mai personali, perché una recensione deve essere imparziale. Non ha senso valutare negativamente un piatto solo perché non piace un ingrediente o perché quel vino trasmette sensazioni differenti dal proprio gusto personale.
Oggi, invece, abbiamo i food blogger.
Chiunque ha il potere di scrivere e giudicare: basta una fotocamera, una buona dialettica e il gioco è fatto. Ma quanta competenza hanno davvero? Sono veramente capaci di capire se una pietanza è sapida o eccessivamente salata, oppure se un vino presenta sentori di tappo o di legno nuovo?
In quel momento si sta giudicando una filosofia, una persona, uno staff intero. Tanti video e tante foto acchiappa-like, ma spiegazioni e considerazioni sull’operato? Neanche l’ombra.
Il ristoratore ha bisogno di clienti che frequentino il locale per passione e senza pregiudizi.
Ben venga la recensione negativa, ma fatta in loco, perché solo in quell’istante si può avere una chiave di lettura precisa.
I food blogger “a scrocco”, per favore, no. Quando si presentano via mail o telefono, fate prenotare il tavolo e, a fine cena, presentate regolarmente il conto.